Must (tn’t) be perfect

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Anna Utopia Giordano sottopone a dieta forzata le Veneri più celebri della pittura per evidenziare la follia della taglia zero


 

Anna Utopia Giordano è un’artista italiana che ha trovato un modo creativo per criticare i canoni estetici contemporanei: la “chirurgia plastica artistica”. La domanda che si pone e dalla quale parte la sua riflessione è questa: cosa sarebbe successo se Botticelli avesse avuto a disposizione uno strumento come Photoshop? Che tipo di donne avrebbe rappresentato un Velazquez contemporaneo? Le modelle sarebbero state raffigurate con le stesse misure di uno degli angeli di Victoria Secret?

Una critica sociale dura alla deformazione virtuale dei corpi, alla tensione dell’essere perfetti seguendo canoni mediaticamente imposti. Le tematiche toccate dall’artista sono diverse: problematiche gravissime come anoressia e bulimia, demistificazione
dell’intoccabilità di un’opera d’arte, il largo utilizzo di Photoshop nel fashion-system, l’imposizione di un unico stereotipo di bellezza e il cambiamento del canone estetico.

Arte e provocazione vanno insieme in questi lavori: Anna con lo scalpello digitale, ha attualizzato dieci Veneri di artisti altrettanto intoccabili rendendole fisicamente simili alle modelle taglia 0 che siamo abituati a vedere sulle passerelle. I fianchi scompaiono così come le piccole imperfezioni, le cosce diventano sottili e i petti si sgonfiano. Così l’artista racconta come è nato il suo progetto: “Ritoccavo fotografie di uno shooting realizzato per il book di un amico. (…) Mentre giocavo con timbro clone e pennello correttivo riflettevo sulla nostra società, i social network e l’urgenza di essere. Essere accettati, essere (il) presente, trasformare l’apparenza in essere. Insomma tutte quelle dinamiche proprie dell’evoluzione dell’uomo, la naturale conseguenza di ciò che è stato in passato”.

Veronica Bottasini

Pubblicato:
16 marzo 2012

http://www.vogue.it/vogue-curvy/curvy-news/2012/03/anna-utopia-giordano

Spezzare la facciata

Oggettivo è l’aspetto non controverso del fenomeno, il cliché accettato senza discutere, la facciata composta di dati classificati: e soggettivo è ciò che spezza quella facciata, ciò che penetra nella specifica esperienza dell’oggetto.

Theodor Adorno, Minima moralia, 1954, Berlin Suhrkamp, trad. it Einaudi 1964

Oggetti che parlano

Noi siàn le triste penne isbigotite

le cesoiuzze e il coltellin dolente

ch’avemo scritte dolorosamente

quelle parole che vo’ avete udite.

Or vi diciàn perché noi siàn partite

e siàn venute a voi qui di presente

la man che ci movea dice che sente

cose dubbiose nel cor apparire.

Cavalcanti, Rime, XIII

Ode a las cosas

O fiume

irrevocabile

delle cose

non si dirà

che solo

ho amato

i pesci

o gli alberi della selva e della prateria

che non solo

ho amato

ciò che salta, s’arrampica, sopravvive, sospira.

Non è vero

molte cose

m’hanno detto tutto.

Non solo

m’hanno toccato

o le ha toccate la mia mano

ma hanno

accompagnato

in modo tale

la mia esistenza

che con me sono esistite

e sono state per me tanto esistenti

che hanno vissuto con me mezza vita

e moriranno con me mezza morte.

Pablo Neruda, Ode a las cosas

Il valore delle cose

Assegniamo alle cose un significato tendenzialmente univoco allo scopo di orientarci nel mondo, favorendo la conoscenza teorica e pratica, ma raschiando dalle cose i loro molteplici significati, e dimenticando i valori simbolici e affettivi.

 Remo Bodei, La vita della cose, Laterza 2009, p.10

la fantastica archeologia del cinema

Zootropi, diaporami, stereoscopi, con i loro nomi misteriosi annunciavano impensabili comparse di diavoli, bambine, spettri, castelli, giardini, giocolieri, insetti su candidi muri. Incantavano singoli e platee, trasformavano camerette di giochi in scatole magiche esuli dalla realtà. La strabiliante tecnologia della terza dimensione, le infinite risorse del virtuale non mi affascinano tanto quanto l’archeologia dell’immagine, che ancora non conosceva né la pellicola né il movimento, ma solo la luce  e i materiali quotidiani, conosciuti e fidati, del legno, del vetro, dello specchio. La combinazione tra luce e materia fisica  generava un’immagine tanto impalpabile quanto potente, traduzione in colore e forma di frammenti di orribili e adorabili fantasie umane . Ancora oggi per me sono fenomenali canovacci d’improvvisazione per la fantasia: il loro movimento inesistente o minimo e reiterato in continuazione da tempo al senso di maturare e alla mente di costruire un immenso scenario (di cui quello percepito è spunto iniziale) per un viaggio infinito.

Cose e persone

Le cose non sono soltanto cose, recano tracce umane, sono il nostro prolungamento. […] Ciascuno ha una storia e un significato mescolati a quelli delle persone che li hanno utilizzati e amati. Insieme formano, oggetti e persone, una sorta di unità che si lascia smembrare a fatica.

 Lydia Flem, Comment j’ai vidé la maison des mes parents, Paris, seuil 2004, trad. it. Come ho svuotato la casa dei miei genitori, Archinto, 2005  

Bellezza e amore

“Quanto c’è di pulito, di bello, di elegante, d’ideale sulla terra non è Dio che ce l’ha messo, ma l’uomo, il cervello umano. Siamo stati noi a portare nel creato […] ammirando da poeti, idealizzando da artisti, spiegando da scienziati (sbagliando, magari, ma scoprendo ingegnose ragioni dei fenomeni) un po’ di grazia, di bellezza, di fascino sconosciuto e di mistero [..] L’uomo ha inventato l’amore.”

Guy de Maupassant, L’inutile bellezza, in Racconti e Novelle, Garzanti, Milano 1998